Archivio | novembre, 2017

Il Nome della Rosa al teatro Bellini

26 Nov

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Erano anni bui. Anni laddove si finiva al rogo per eresia semplicemente perchè si era antipatici a qualcuno. Anni dove i potenti di una famiglia erano re, cardinali e papi;  Imperava la Santa Inquisizione dittatore sommo che tutto poteva in nome di un Dio e della Chiesa. L’epoca del medio evo, buio, triste, dove persino nelle abbazie c’era del marcio, dove si nascondevano i libri del sapere. Dove il popolo, la massa, la plebe nulla sapeva e doveva sapere.

 

Correva l’anno 1327, alcuni terribili omicidi sconvolgono un’abbazia benedettina sperduta tra i monti del Nord-Italia. Nel monastero viene chiamato il dotto frate Guglielmo da Baskerville. Il francescano, insieme al suo giovane novizio Adso da Melk, si ritrova in un ambiente ostile, un’abbazia piena di libri e di cultura ma anche segreta e spaventosa, su cui dovrà indagare prima dell’arrivo della Santa Inquisizione.

Questa la sintesi del “Nome della Rosa” strepitoso successo letterario di Umberto Eco, portato sulle scene teatrali dal vulcanico Leo Muscato.

 

Il Regista non poteva che scegliere il teatro Bellini, sempre pronto a novità e testi di difficile fattura. Scommessa vinta, vista l’ enorme quantita di pubblico e di applausi nelle serate della recita.

«Dietro ad un racconto avvincente e trascinante, il romanzo di Umberto Eco nasconde un incrocio di segni dove ognuno ne nasconde un altro – ci ricorda Muscato – La struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornate in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta). Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo; quindi la sua attenzione non è focalizzata da cosa accadrà, ma dal come”.

 

Il narratore è proprio Adso da Melk, ormai anziano, intento a scrivere le memorie di cui è stato testimone in gioventù. L’io narrante sarà sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni, ricordando quando era giovane, ed intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville.

Musiche originali, miste a canti gregoriani eseguiti a cappella dagli stessi interpreti, contribuiranno a creare dei luoghi in cui la parola alimenta nello spettatore una dimensione percettiva che lo porta a dimenticarsi, sia del libro che de film.

Bravissimi Luca Lazzareschi(Guglielmo), Luigi Diliberti(Vecchio Adso), e la compagnia tutta.

 

 

 

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Pippo del Bono al Teatro Bellini

6 Nov

Se un giorno tua madre, fervente cattolica, a pochi giorni dalla sua morte ti chiedesse di scrivere uno spettacolo sul “Vangelo” e tu, affermato autore, regista, attore, ateo o forse Buddista vorresti accontentarla, cosa faresti? I tuoi miti erano i Rolling Stones, al massimo hai visto Jesus Christ Superstar, icona degli anni che furono eppure una madre la si deve accontentare.

Pippo Del Bono Autore, attore  non delude sua madre, non delude gli affezionati spettatori che riempiono il teatro Bellini.

 

Pippo è un dissacratore, uno che rovescia le cose vedendole da un punto di vista diverso dal solito. Ovviamente per creare atmosfera e musica può solo pensare ad un grande Maestro: Enzo Avitabile: un artista, un poeta, un illuminato, calato perfettamente nel sociale. Ne nasce, quindi, un binomio perfetto.

 

Ogni artista ha sempre una personale interpretazione, per cui non pensiamo che sul palco si reciti il contenuto del Vangelo, anche se  il messaggio dell’amore è profondo. “Ce n’è così tanto bisogno in questi tempi”- ripete sua madre.

Difficile dare un messaggio d’amore ma la libertà, personale, artistica, emotiva, è il più importante contraltare della morale cattolica. “Chi volete liberare grida Pilato/Del Bono, Gesù o Barabba, chi vincerà tra il bene ed il male? Lo spettatore vivrà in un mondo parallelo laddove, ci sono balli, canti, urla, e poi catene, voglia costante di libertà scevra di dogmi e quant’altro. L’attore è un ricercatore, è un navigante sempre alla ricerca di qualcosa, e Pippo del Bono con la sua compagnia è l’essenza di ciò.

Il regista ligure ci ha  abituati al suo incedere fra le poltrone del teatro, tra voglia di sedersi con la gente e godersi il suo spettacolo, ma poi richiamato da qualcosa o da qualcuno si erge a mattatore o a colui il quale subisce gli eventi e ritorna puntuale il tema della libertà come base dell’amore e della spiritualità. Ai suoi attori si sono aggiunti i maestri che compongono l’Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo, le musiche composte da Enzo Avitabile, che vince il premio  l’Ubu, il più importante alloro teatrale italiano fondato nel 1978 da Franco Quadri.

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